Grazia Deledda (Nuoro, 27 settembre 1871 – Roma, 15 agosto 1936) è stata l’unica scrittrice italiana a essere insignita del Premio Nobel per la letteratura (1926). Trascorse l’infanzia e la giovinezza a Nuoro, dove ebbe le sue prime esperienze letterarie. Nel 1890, in seguito al suo matrimonio con Palmiro Madesani, si trasferì a Roma.

Le sue opere, attraverso le numerose traduzioni, fecero conoscere la Sardegna nel mondo; citando infatti la motivazione del Premio Nobel: «Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi».

La collocazione della scrittrice tra Verismo e Decadentismo ha sempre creato difficoltà di interpretazione tra i critici italiani. Il sapore vagamente verista della sua produzione le procurò le insofferenze dei abitanti della sua città natale e della sua regione, in cui le storie erano ambientate, convinti che descrivesse la Barbagia come terra rozza e arretrata.

Altri invece riconoscono l’originalità della sua opera. Come per molti grandi scrittori della sua epoca, essa risulta ben inserita nel contesto europeo: tutto accarezza, ma evitando precise appartenenze. Alla scrittrice sarda spetta indubbiamente un posto di primo piano nel Novecento, insieme a Pirandello, anche lui Premio Nobel appena dieci anni dopo.

La lingua italiana è comunque per lei, sardofona, una lingua non sua. In una sua lettera precisa: «Leggo relativamente poco, ma cose buone e cerco sempre di migliorare il mio stile. Io scrivo ancora male in italiano – ma anche perché ero abituata al dialetto sardo che è per se stesso una lingua diversa dall’italiana». Una doppia identità, una condizione particolare di bilinguismo e di diglossia, comune a numerosi scrittori italiani anche se non in modo così marcato come per la Deledda. Mettendo in comunicazione due sistemi linguistici e letterari diversi, la scrittrice inaugura in Italia una nuova stagione narrativa, dove traspare chiaramente l’appartenenza alla cultura originaria, e dove la propria lingua viene valorizzata come vettore di conoscenza e di crescita culturale.

Tra le sue opere principali abbiamo: Fior di Sardegna (1892), Racconti sardi (1894), Elias Portolu (1903), Cenere (1904), Nostalgie (1905), L’edera (1908), Canne al vento (1913), Marianna Sirca (1915), L’incendio nell’oliveto (1918), La madre (1920), La fuga in Egitto (1925), Il sigillo d’amore (1926), Annalena Bilsini (1927),Cosima (1937, postuma).

 

 

Grazia Maria Cosima Damiana Deledda (Nuoro, 28th September 1871 – Rome, 15th August 1936) was an Italian writer who received the Nobel Prize for Literature for 1926 on 10th December 1927 «for her idealistically inspired writings which with plastic clarity picture the life on her native island and with depth and sympathy deal with human problems in general». She was the first, and so far only, Italian woman writer to receive this honour.

Born into a middle-class family, she attended Primary school and then was educated by a private tutor. She started writing at a young age and kept reading and studying literature on her own. Her career began by publishing short stories in the fashion magazine L’ultima moda but her family did not encourage her desire to write. In 1900 Deledda marries Palmiro Madesani and moves to Rome, where she lived for the rest of her life.

Her first novel was Memorie di Fernanda in 1988. A collection of short stories, Nell’azzurro, followed in 1890. She then went on to write over thirty-five novels and about four hundred short stories. Among her most important works are: Dopo il divorzio (1902; After the Divorce); Elias Portolu (1903), the story of a mystical former convict in love with his brother’s bride; Cenere (1904; Ashes), in which an illegitimate son causes his mother’s suicide; L’edera (1912); Canne al vento (1913; Reeds in the Wind);Marianna Sirca (1915); L’incendio nell’oliveto (1918); The Woman and the Priest (1920; U.S. title, The Mother) which is considered to be the novel that won her the Nobel Prize. Her later works include: Il segreto dell’uomo solitario (1921), Il Dio dei viventi (1922), La fuga in Egitto (1925), Annalena Bilsini (1927), Il paese del vento (1931). Her last work, Cosima (published posthumously in 1937) is her most autobiographical.

Her writing seems to focus on portraying harsh realities, combining imagination and autobiographical elements. Her novels tend to criticize social values and moral norms rather than the people who are victims of such circumstances. Most of Deledda’s works are based on strong facts of love, pain and death upon which rests the inevitable sensation of sin and doom. Within Deledda’s novels there is always a strong connection between places and people, feelings and environment. In the background of most of her stories we find the life, customs, and traditions of her homeland, Sardinia.

She died in Rome at the age of 64 and now rests at the Chiesa della Solitudine in Nuoro.